Il codice, del quale si distinguono tre unità codicologiche, fu confezionato a Montecassino attorno al 1100, probabilmente al tempo dell’abate Oderisio I (1087-1105). Si riscontrano le mani di più copisti, che trascrissero le opere in eleganti litterae longobardae, che suscitarono l’ammirazione dei futuri lettori, tra i quali spiccano Boccaccio e Niccolò Niccoli. Il codice è un monumento sia per gli studi paleografici, quale esempio di scrittura beneventana cassinese, sia per la filologia classica, perché è l’archetipo conservato del De lingua latina di Varrone, e testimone fondamentale nella tradizione della Pro Cluentio di Cicerone. Per quanto riguarda la Rhetorica ad Herennium il codice si colloca in una famiglia riconducibile alla Germania sudorientale (non sembra casuale che nell’XI secolo sia documentata la presenza di abati tedeschi a Montecassino). Di Boccaccio si riconoscono con sicurezza due postille, entrambe poste a margine del De lingua latina di Varrone: «De diis hic plura vide» (c. 4r); «Ego aliter: ‘latro’ enim grece, ‘clam’ latine; et ideo latro quod clam furetur» (c. 14r). Quest’ultima postilla, con la rettifica della proposta di Varrone condotta sulla base di una riflessione etimologica e il curioso accostamento tra latro e l’avverbio clam, è stata ben illustrata, ed è stato segnalato un passo delle Genealogie deorum gentilium elaborato con il medesimo abbinamento di termini: «Nam cum clam latronum more non tamquam strenui iuvenes rapturi Proserpinam ivissent Perithous et Theseus nocte…» (Gen. deor. gent. 9, 33, 5). Si può aggiungere un ulteriore luogo della stessa opera, relativo a Mercurio, il dio dei ladri: «Mercurius, id est fraus, quia furum deus, qui clam et fraude furantur» (Gen. deor. gent. 10, 47, 4). Questa annotazione va posta in relazione a simili note di tipo lemmatico, dove è fatto il confronto tra le diverse lingue: è una tipologia di annotazioni tipicamente scolastica, riscontrabile già in Isidoro di Siviglia e assai comune nei lessicografi del XIII e XIV secolo, quali Uguccione da Pisa e Papias, ed è frequente anche nella tradizione glossografica dei classici. Dubbia è l’assegnazione al Certaldese del fiorellino alla c. 61r e la manicula alla c. 37v. È noto che il Certaldese nel 1355 ne trasse personalmente una copia, che inviò in dono a Petrarca, che a sua volta lo ringraziò nella Fam. XVIII 4. Il volume petrarchesco copiato da Boccaccio non è sopravvissuto, ma ne sono stati riconosciuti degli apografi, in cui è stato trascritto diligentemente anche il corredo di postille e notabilia sicuramente di Petrarca, ma anche - è pressoché certo - del secondo grande letterato del Trecento (tra questi il ms. Città del Vaticano, BAV, Vat. lat. 9305). Questo prezioso e vetusto esemplare in beneventana probabilmente, come altri codici provenienti da Montecassino, non fece parte della biblioteca privata di Boccaccio, che però ebbe modo di consultarlo a lungo, probabilmente in periodi diversi. Il codice passò verosimilmente alla Certosa di Firenze, il monastero fondato da Niccolò Acciaiuoli, al quale giunsero manoscritti di Zanobi da Strada. È stato ipotizzato che da questa istituzione lo abbia acquisito Niccoli, che vi lasciò un certo numero di annotazioni e che con buona probabilità lo affidò a un copista di fiducia, Antonio di Mario, che ne ricavò un Varrone per Cosimo de’ Medici (Firenze, BML, Plut. 51.5). Passò al convento domenicano di San Marco, e successivamente alla biblioteca medicea.