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Buccolicum carmen

Firenze, Bilioteca Riccardiana, 1232, c. 1r

Firenze, Biblioteca Riccardiana, 1232

 

Segnatura della Parva libraria di S. Spirito: V.12

 

Materia: membranaceo

 

Dimensioni: mm 160 x 115 (93 x 62)

Carte: I + 90 + I’

Provenienza: Firenze

Tipo di scrittura adottato da Boccaccio: littera textualis

Datazione della scrittura: 1367-1368

 

 

 

Contenuto:

Boccaccio, Giovanni, Buccolicum carmen (cc. 1r-89r)

Link: teca.riccardiana.firenze.sbn.it/index.php/it/=

 

 

Descrizione:

Riconosciuto da Oskar Hecker quale autografo di Boccaccio, accolto nella Parva libraria di Santo Spirito (la segnatura «V.12» si legge alla c. 91v), questo esemplare del Buccolicum carmen fu confezionato intorno al 1367-68 e pensato forse come un’elegante plaquette destinata all’amico Donato Albanzani, il dedicatario delle egloghe. La datazione proposta da Marco Cursi su base paleografica al 1362-63 non è sostenibile, perché nelle ultime egloghe ci sono chiare allusioni ad avvenimenti storici posteriori a quegli anni, quali ad esempio il ritorno della sede papale a Roma nel 1367 dopo la ‘cattività’ avignonese (nell’egloga XI, Pantheon).

Il codice, per il piccolo formato e le affinità nell’impaginazione, ricorda il ms. Vat. lat. 3358, autografo petrarchesco del Bucolicum carmen datato al 1357, che il Certaldese consultò e copiò durante il soggiorno a Milano presso Petrarca del 1359, prendendolo verosimilmente a modello nell’allestimento del proprio Buccolicum carmen. Insoddisfatto dei propri versi, Boccaccio intraprese ben presto un intenso lavoro di revisione e riscrittura delle proprie egloghe che, sviluppatosi in diverse fasi, durò fino agli ultimi anni di vita. Le pergamene del Riccardiano (il testimone R per gli editori) appaiono assai tormentate e mostrano come il Certaldese sia intervenuto spesso su rasura, raschiando via segmenti testuali talora minimi (singoli grafemi), talora ampi, comprendenti gruppi di versi (persino una decina). Boccaccio ha talvolta provveduto a sostituirne la lezione e modificare il dettato riscrivendo sulla rasura; altre volte ha espunto versi senza sostituirli, annullando gli spazi bianchi con l’annotazione «vacat»; in un paio di casi ha aggiunto versi nel margine superiore o inferiore del foglio (cc. 33r-v, 36r, 37r-v, 38r, 40v, 41v, 44r, 48r, 52v, 79v). Da elegante copia di dedica, questo codice è diventato quindi un ‘esemplare redazionale’, configurandosi come un ‘originale in movimento’. Come è noto fin dagli studi pionieristici di Hecker e Aldo Francesco Massèra, il Buccolicum carmen fu trasmesso, come altre opere di Boccaccio, in distinte redazioni: un assetto testuale anteriore rispetto a R è stato riconosciuto nei mss. Firenze, BML, Plut. 39.26, Kynžvart, Státní Zámecká Knihovna, 2 D 4 e Siena, Bibl. Comunale ‘degli Intronati’, H VI 23. Questi tre codici discendono da un secondo originale perduto allestito dallo stesso Boccaccio, quello che nell’inventario del 1451 della parva libraria di Santo Spirito era registrato così: «Item in eodem banco V liber 6 bocolicorum domini Iohannis Boccaccii, completus, corio rubeo, cuius principium est Tindare, non satius, finis vero in penultima carta Lilibeis vallibus edos etc».

Per quanto le egloghe boccacciane possano essere considerate esempio di ‘non finito’ (o forse sarebbe meglio dire ‘non rifinito’), il testo tutt’ora visibile in R corrisponde a quello lasciatoci da Boccaccio

alla sua morte e reca l’assetto redazionale ‘ultimo’ dell’opera. Nella tradizione del Buccolicum carmen va segnalato un codice che mostra un particolare legame con R: si tratta del ms. Oxford, Bodleian Library, Bodley 558, codice copiato dal notaio fiorentino Domenico Silvestri vivente Boccaccio proprio da R, attorno al 1370. Questo testimone si rivela così importante perché consente di recuperare la lezione originaria in passi che Boccaccio in R aveva eraso e ora non sono più leggibili.

L’autografo riccardiano presenta altri motivi di interesse. Spiccano le note esegetiche, apposte qua e là dal Certaldese, soprattutto in corrispondenza di nomi grecizzanti: c. 38r «Lipi grece anxietas / Batracos grece rana»; c. 60v «Saphu genitivus grecus»; c. 64v «Elpis grece spes latine»; c. 66r «Critis grece iudex»; c. 66v «dylos grece timidus»; c. 68v «Lycos grece albus»; c. 69r «camalos grece hebes latine»; «Terapon grece»; c. 78r «Tiphlos grece orbus»; c. 81v «Trinos grece luctum / penos grece dolor et labor / thlipsis grece mestitia / lipis grece anxietas / scotines grece obscuros»; c. 84v «nuntius» a tradurre in latino Aggelos, il titolo della XVI e ultima egloga etc. Non riguarda un nome grecizzante la nota esegetica a c. 88r, dove Boccaccio ha annotato «papa» per sciogliere l’identificazione del personaggio di Egon (Bucc. XVI 107); non dissimile la glossa proprium nomen a disambiguare la parola Violantes (Bucc. XIV 242), il nome della figlioletta defunta (che rischiava di essere frainteso come participio presente). Una nota grammaticale, utile a chiarire l’esegesi del passo, si legge alla c. 60v: «Saphu genitivus grecus». Non mancano ulteriori precisazioni di tipo grammaticale, come le precisazioni dell’uso di quīs da intendere come quibus, utili a evitare fraintendimenti nell’esegesi degli esametri.

In scrittura sottile è invece precisato «anapestus» alla c. 22v, che segnala la prosodia della parola sŭpĕrīs collocata al 5° piede dell’esametro in luogo del dattilo. L’affinità elettiva di Boccaccio verso la cultura greca è ulteriormente mostrata nell’ultima pergamena non numerata del codice, dove Boccaccio ha apposto un detto greco faticosamente traslitterato in lettere latine: «Anippos agramatos fylon acarpon». Giuseppe Di Gregorio l’ha ricondotto a un motto non di tradizione letteraria, ma orale e popolare: «Ἄνθρωπος ἀγράμματος ξύλον ἄκαρτον [ἐστίν]», ossia ‘l’uomo illetterato è albero senza frutto’. Ascoltato probabilmente a lezione dalla viva voce dal maestro Leonzio Pilato, il detto è stato posto, dopo averne ricostruito mentalmente il dettato, a sigillo della propria opera poetica più impegnativa, a monito e sigillo della propria vita di uomo di lettere. Questo particolare gusto di traslitterare un detto greco in lettere dell’alfabeto latino trova il suo corrispettivo nella firma greca di Boccaccio lasciata nell’ultima carta del Dante Toledano, in calce al ritratto di Omero.

 

LINK DELLA RIPRODUZIONE INTEGRALE: teca.riccardiana.firenze.sbn.it/index.php/it/=

 

 

Bibliografia:

Boccaccio autore e copista, pp. 209-22 (T. De Robertis); CURSI, La scrittura, pp. 29-31; DE ROBERTIS, Il posto, pp. 151-52, 160, 165; PIACENTINI, ‘Varianti attive’, pp. 1-20; ID., Una redazione sconosciuta, pp. 39-43.

 
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